Piece per spazi teatrali

Durata: 90 minuti senza intervallo

Produzione: NeonTeatro, 2016

Regia: Monica Felloni

Backdrops e tracce audio originali: Mustafa Sabbagh

Creatori: Monica Felloni, Patrizia Fichera, Stefania Licciardello, Manuela Partanni

Interpreti: Alessandro Barilla, Kevin Cariotti, Anna Cutore, Emanuela Dei Pieri, Danilo Ferrari, Antonio Fichera, Alfina Fresta, Angela Longo, Manuela Munafò, Dorotea Samperi, Gaia Santuccio, Carmelo Sciuto, Giovanni Sturiale, Antonino Torre, Yambame Yendoube

Testi: Emily Dickinson, William Shakespeare, Walt Whitman, Piero Ristagno, Danilo Ferrari, Stefania Licciardello, Federico Ristagno

Costumi: Gaetano Impallomeni

Movimenti coreografici: Manuela Partanni

Video: Jessica Hauf

Direzione tecnica: Francesco Noè

Rigger: Salvo Pappalardo

Musiche: Time Of Clock Chromatics; Altalena Lino Cannavacciuolo; Police On My Back The Clash; Amandoti Giovanni Lindo Ferretti; Le Pas Du Chat Noir Anouar Brahem; Casta Diva Vincenzo Bellini; November Max Richter; Dia Luna, Dia Pena Manu Chao; Frénesie René Aubry; 2 Bit Blues Kid Koala; Heroes David Bowie; Before The Word My Brightest Diamonds; Pique Nique A Nagpur Anouar Brahem

Rassegna stampa

L’opera parla anche dell’affanno dell’apparire, della necessità estetica, del pregiudizio di chi ha occhi che non sanno vedere e del fatto che la vita sia bella anche se non si ha l’addome scolpito, dell’importanza e del diritto che ciascuno ha di manifestarsi per quello che è.
Panorama

Quei corpi donati dalla Vita. Aggrappati ad una fune come un neonato al cordone. Non importa la forma, è il cuore che deve battere, che vuole battere. Ed il cuore batte forte, fortissimo fin dalla prima, suggestiva scena della nuova opera firmata da Monica Felloni per NeonTeatro. Ed è un cuore che batte forte, fortissimo quello tatuato sull’avambraccio di Mustafa Sabbagh, trafitto da un’ancora che non lo uccide, ma lo anima, irradia gocce di sangue come luce, come semi sparsi.
RivistaSegno

Il Teatro serve a mostrare ciò che fino a quel momento è invisibile. “L’aratro dei sogni fa solchi profondi”, dice la voce narrante in uno dei passaggi dell’opera. Così Monica Felloni mette in azione una libertà espressiva attoriale che si intreccia come l’ordito di un tappeto prezioso.
Il Sito dell’Arte

Così la carrozzella è un prolungamento, non una barriera; così devi ascoltare la voce di chi non può correre, perché corrono le sue note; così l’umanità si manifesta nell’essenza del suo splendore, mentre le foto di Sabbagh affermano, condividono, denunciano. Il corpo come soggetto di bellezza, nella forma che ha.
Espoarte

L’opera Invasioni, dalla regia di Monica Felloni, uno spettacolo di teatro-danza che vuole scardinare la concezione classica del movimento dell’attore sul palco. Un’opera suddivisa in cinque capitoli in cui ogni attore esprime un universo diverso, coinvolgendo attivamente il pubblico nell’invasione del palco.
Icon

La diversità è un guscio. Guscio estetico, guscio fisico, guscio anagrafico, guscio cromatico. Un guscio da penetrare, da invadere, senza violenza.
IAM ItaliaArtMagazine

La quotidianità sintetizzata, quella fatta di stupore, commozione, gioia, riflessione, turbamento, riso, speranza, forza, consapevolezza, semplicità. La semplicità di essere, di esserci, puntando sempre al “miglioramento”, perché “miglioramento” è una delle parole della Terra.
Biancoscuro

Sia Neon Teatro che Sabbagh smascherano la tormentata e predefinita forma della perfezione, smontano il concetto scontato di bellezza, la missione è svelare tutto ciò che c’è oltre il guscio della nostra composta società.  Sul palco non verrà rifatta la cipria agli stereotipi, tutti i protagonisti coinvolti non plastificheranno prodotti
standard.
Persinsala

Uno spettacolo importante, complesso e convincente senza riserve; uno spettacolo che conferma la grandezza di Monica Felloni e la sua capacità di costruire organismi i cui elementi, i singoli artisti, si esprimono coralmente senza negare, anzi mettendolo a valore, il proprio talento, l’umanità, l’estrema diversità di ciascuno, in ogni modo e sotto qualunque forma questa si presenti: spettacoli (questo, insieme con almeno “Magnificat” e “Ciatu”) in cui l’apporto di ogni voce e presenza è concepito come fonte primaria e “numinosa” dell’ispirazione.
Dramma.it

Uno spettacolo in cui i protagonisti si invadono costantemente tra di loro, ma lo fanno anche con il pubblico. Del resto lo stesso spazio messo a disposizione nel Teatro permette agli spettatori di entrare quasi a far parte della scena e il contatto con gli attori, acrobati e cantanti è una dolce conoscenza.
NewSicilia

Neon Teatro

INVASIONI

dedicato a Mustafa Sabbagh

regia di Monica Felloni

Il cuore batte ininterrottamente. Sostituisce il vagito. Sostituisce la voce. Il parto non è nel dolore. La nascita è un dono del cielo, dell’altrove, dell’insondabile. Invasioni racconta la vita così come è. Così come deve essere. E non puoi fare alcunché per arginarla, più alti e spessi sono i bastioni, più tenace è l’assedio, più certa la vittoria. È invasione la vita. Invasione di corpi, di menti, di gesti, di suoni. Il ritmo lo dà il battito. Indica il percorso, galvanizza le truppe nella battaglia quotidiana. E si combatte con una danza mai danzata così, con un canto mai cantato così, con parole mai recitate così, con attori mai visti così, con il pubblico mai presente così. Eppoi nulla sarà come prima. Il prima è il nulla che poi non sarà.

Uno dei tratti distintivi della sua azione progettuale è la tensione a oltrepassare l’appuntamento spettacolare, arricchendolo con iniziative che mutano strutturalmente il segno della relazione con lo spettatore, la prolungano, la approfondiscono. Al centro c’è il Teatro come arte totale e come visione del mondo.

La sedia a rotelle è il suo carroarmato. Il militare non può parlare. Non sente. È la danzatrice a dirigere la carrozzella elettrica. Basta poggiare delicatamente le dita sulla leva del bracciolo. Lui muove le braccia seguendo la gestualità delle sue. La danzatrice si muove come il militare può; il militare si muove come può. Ognuno ha i suoi mezzi per affrontare il campo, ognuno ha i suoi mezzi per essere utile all’altro, ognuno ha i suoi mezzi per condurre o farsi condurre dall’altro. È così ovvio. È così umano.

C’è anche lei. Non può camminare. Ma canta, canta con una voce che non t’aspetti, da soprano, per allargare il diaframma è sorretta da un altro corpo, abbracciata, carezzata, mentre libera un Casta Diva che ti raggiunge, ti afferra, non ti molla più. È così ovvio. È così umano. Eppoi, c’è lui. Non comanda il suo corpo. La mente pensa quel che gli arti con vogliono tradurre. Con la mente può tutto quel che ogni singolo muscolo decide di non accettare. È costretto a toccare quel che non vuole toccare, a lottare contro quel che non vuole osservare, a non dire quel che vorrebbe dire. Ma può volare. Può fare parte di una danza. È danzatore e funambolo. È capace di manifestarti l’istante supremo, come si nasce, come si giunge qui, sulla terra e ci si pianta per poi fiorire. Ognuno col suo colore, ognuno col suo odore, ognuno uno e tutti. Uno e tutto.

È così ovvio. È così umano.

E ci sono gli altri, tutti fanno parte della tribù, dell’esercito, del gruppo, della compagnia.

Così è, Invasioni, quel che reputi impossibile reso possibile, quel che si giudica straordinario reso ordinario.

Lo spettacolo diretto da Monica Felloni, regista di NeonTeatro, è uno spettacolo. Lo  spettacolo della vita, della urgenza di vita, della necessità di vivere, di essere quel che si è perchè così è. Nulla di più, nulla di meno. Invasioni è esso stesso un organismo che è come deve essere. Come un fiore nel deserto. Quel che è dove non ti immagineresti. È arte, perché ogni essere umano è un capolavoro da ammirare, un’opera unica da ammirare. Così come lo è l’arte di Mustafa Sabbagh, al quale lo spettacolo è dedicato, che dallo spettacolo è stato invaso, che dello spettacolo è invasore, con le sue foto; il suo arabo elegante traduce che i corpi sono parole; quando, attore fra gli attori, irrompe per diventare strumento suonato da un giovane attore che lo invita a sedergli accanto, a condividere il suo mondo insondabile, ad assistere all’invasione, a partecipare, a godere del moto gioioso che li circonda, del pubblico. Sulle tavole della scena spiccano 11 numeri. 11. Non dimenticare è l’XI comandamento di Sabbagh. Non è un’autocitazione. È un messaggio: non dimenticare la tua umanità. L’azione artistica di ognuno è modellata sulla spontaneità.

Dimmi cosa vorresti fare e lo farai. Dimmi cosa vorresti fare e lo farai recitando, cantando, danzando, correndo, gesticolando, ridendo, ironizzando. Ricordando.

Col silenzio. Anche col silenzio.

Il silenzio ha la voce del cuore.

È il cuore la carta di identità. Altro non serve. Se il cuore batte, sei. Il corpo è lo scrigno del tesoro che palpita. E in Invasioni palpita subito, fin dal primo dei cinque capitoli che caratterizzano l’opera. Fin dalla genesi. Una corda intrecciata chissà da chi. Piovuta chissà da dove. Una donna che ne fa il suo cordone. E il drappello di corpi che a quel cordone si avvinghiano, sorreggono un corpo che non potrebbe sorreggersi, ma riesce a sorridere, a meravigliarsi. Il palco è la quotidianità. Si nasce e si accetta come si nasce. Poi comincia la lotta. Poi comincia l’invasione.

Poi si raggiungono i confini e si superano, per incontrare chi c’è sull’altro terreno.

Ci si incontra. Ci si accetta. Non per sopportare. La terra accetta il frutto che cade dall’albero. Tutto è un tutto, una sinfonia non scomponibile così come afferma Daniel Barenboim.

Cinque capitoli (1 La bellezza ferisce. 2 La necessità della fuga. 3 La pelle della Terra. 4 XI Comandamento: non dimenticare. 5 Ogni preparativo è fatto.), testi di Emily Dickinson, William Shakespeare, Walt Whitman, Piero Ristagno, Danilo Ferrari, Stefania Licciardello, Federico Ristagno, cuciti dalla regista per raccontare che i confini sono fatti per essere superati, che il limite è una convenzione, un punto di vista, che Vivere non è il prodotto di un regolamento, ma è quel che è, Vivere, e lo si fa come si può, ognuno unico e gruppo, individuo e famiglia, cittadino e società. Attori, ballerini, cantanti, acrobati, adulti, bambini, uomini, donne. Le luci fredde fanno pensare al teatro di Bob Wilson, ma poi vedi quella fune che sfiora le teste del pubblico, la danzatrice che appare improvvisamente e sembra volere precipitare addosso, ma è leggera, attenta, vuole introdursi, vuole scuotere, non colpire e pensi al TdO di Augusto Boal, percepisci quella potenza, vedi quel coinvolgimento, quella richiesta di partecipazione che fa degli spettatori, attori, parte attiva, si annullano le barriere, non c’è più noi e voi, voi e noi. C’è soltanto NOI. Perché il soggetto non è semplicemente nel mondo, ma costituisce il mondo. Trovi anche Alfred Schutz in Invasioni, dedicato a Mustafa Sabbagh. Trovi Empedocle, la terra radice necessaria e indistruttibile. Trovi Parmenide, l’essere che veramente è, che sempre permane.

Nulla è lasciato al caso. È un prodotto alchemico. Dalla nascita alla battaglia finale.

Attraverso la disgregazione dei ruoli, dei luoghi comuni, dell’apparire dettato da bugie, da convenzioni, da strutture che vengono demolite. Si può volare anche se non si è in grado di stare in piedi. Si può scrivere anche se non è in grado di reggere in mano una penna o di potere muovere le dita su una tastiera. Mentre osservi quel che avviene sul palco, alle foto che supportano e integrano il racconto si alternano video che ti obbligano a capire. Non puoi non capire. Non puoi non dire che ancora non sai.

Invasioni, sulla scia dell’insegnamento di Erving Goffman, vuole suggerire che chi vuole combattere la falsa coscienza e destare la gente ai suoi veri interessi ha molto da fare, perché il sonno è molto profondo. Non intende, proprio come Goffman, fornire una ninna nanna, ma vuole entrare furtivamente per osservare come la gente russa. E rivelarglierlo.

Invasioni ti obbliga a sapere. Ti obbliga al coraggio della conoscenza. Alla responsabilità

della conoscenza. La danza è superamento della mera condizione fisico-biologica. Lo è anche la recita. Lo è anche il canto. Si rievoca la declinazione di Maurice Merleau-Ponty della fenomenologia del 900, quella che indaga sulla corporeità, che rivaluta il corpo in quanto corpo vivente, non una cosa, un oggetto.

Una struttura d’essere applicata a tutte le forme espressive che fanno di Invasioni un unicum. Un unicum in cui la comunicazione non verbale e quella verbale si fondono, in cui riti tribali e ancestrali si attualizzano, esaltano la divinità del grano, della pioggia, dello straniero che giunge da lontano ed è straniero solo a chi si volta, a chi non ha il coraggio di specchiarsi. Il liminoide ed il liminale alla base della Teoria della Performance di Victor Turner sono celebrati nel parto delle attrici sulle loro carrozzelle agganciate per formare un tunnel, un utero dentro il quale scivola e dal quale poi affiora un giovane attore vestito come il Piccolo Principe. Ogni bambino è un piccolo principe. Quando nasciamo siamo tutti piccoli principi. Tutti.

La comunicazione fra umani permette prodigi momentanei ed eterni. Così la ballerina si solleva sulle punte, imitata dall’attrice che non può fare a meno delle sedia a rotelle, ma riesce ad allungarsi, a danzare sulle punte. L’alzati e cammina laico che fa della vita un miracolo quotidiano. È la danza della volontà.

L’importanza dell’agire turneriano anche col gioco attraverso cui si accede alla sperimentazione libera e spontanea che permette di vivere determinate esperienze creative. La vita è “BELLA”, esclama con tono stentoreo uno degli attori al termine di un duetto che ironizza sulla necessità estetica, sull’affanno dell’apparire, sul pregiudizio di chi ha occhi che non sanno vedere. La vita è bella anche se non si ha la “tartaruga”, l’addome scolpito, anche se non si può o non si ha voglia di fare le flessioni a terra per poi sfoggiare un petto tonico eletto a feticcio. È bella da solcare come si preferisce, anche coi tacchi della drag queen che risplende improvvisamente di affermazione del sé, illuminando il teatro, attraversato come una star fa quando è sulla passerella, mentre le note di Heroes annunciano, evidenziano: siamo stelle, siamo eroi.

È eroismo la vita.

Dopo il debutto non va in scena una replica. È così da sempre per NeonTeatro, la sua cifra stilistica. Dopo è ancora debutto. E così la volta successiva. Il telaio ed i colori sono gli stessi, ma ogni dipinto è diverso, ci sarà sempre quel dettaglio differente dallo stesso istante vissuto nel tempo precedente. Perché il caso è parte del copione, perché Friedrich Schiller insegna che il caso non esiste, e ciò che ci sembra casuale scaturisce dalle fonti più profonde.

David Bowie e Anouar Brahem. Lino Cannavacciuolo e i Chromatics. René Aubry e i The Clash. Kid Koala e Giacomo Puccini. Manu Chao e Vincenzo Bellini. Giovanni Lindo Ferretti e Max Richter. Le musiche danno il ritmo all’invasione con quella schizofrenia che per Sabbagh è un dono, perché uno schizofrenico non dimentica, uno schizofrenico accumula.

E si colora il viso ed il corpo col nero della battaglia, affrontata anche coi pantaloni che cadono male, la camicia con l’immagine di Marylin Monroe che cita Andy Warhol per ribadire il concetto che siamo icone, le bretelle e gli stivaloni di gomma, scalzi, seminudi, ben vestiti, con gonne larghe e bustini stretti. Si combatte come si può, come si desidera. L’importante è esserci. Non tirarsi indietro. Non lasciare scoperto il fianco del compagno. Non assolversi. Nel furore shakesperiano tratto dall’Enrico V il popolo che si agita sulla scena non cede di un passo. Non è obbligato a farlo. Deve soltanto decidere se farlo. La Felloni da regista diventa attrice, irrompe, incoraggia, ammonisce. Gli attori sono il suo esercito, vestito di bianco, si rivolge al pubblico.

Ogni preparativo è fatto, se il cuore è pronto a battersi.

Conoscete i vostri posti.

Conoscete i vostri posti?